L’ultimo figlio degli Uomini: Capitolo III
Il bibliotecario
Vi prego di perdonarmi se anche questo capitolo è un po’ breve, ma non appena avrò presentato tutti i personaggi principali entro i primi cinque capitoli, la narrazione diventerà più lunga e densa, come ho promesso all’inizio della pubblicazione di L’ultimo figlio degli uomini – La verità proibita.

Anche se si tratta di un’opera che si avvicina al dark fantasy, preferisco fare uso di illustrazioni più adatte al fantasy tradizioanale. I colori degli ambeinti sono abbanstaza accesi e i personaggi non appaiono particolarmente tenebrosi. Almeno, così all’inizio!
Il rintocco metallico del battente contro il legno del portone risuona nel cortile silenzioso, spezzando l’atmosfera immobile che circonda la Biblioteca. Zech si stringe nel colletto della mimetica, lanciando sguardi nervosi alle ombre che si allungano tra le colonne di pietra.
Dall’altra parte, il Maestro Silas trasale. La penna d’oca scivola sul diario, lasciando una macchia d’inchiostro nero. Si alza lentamente, sentendo le articolazioni protestare, e attraversa la sala centrale dove le alte scaffalature sembrano osservarlo come giganti addormentati.
Quando il chiavistello scatta e il pesante portone ruota sui cardini, la luce calda delle lanterne interne investe i due ragazzi.
«Siete in ritardo!» esordisce Silas, senza preamboli. La sua voce è sottile ma ferma, come una corda di violino tesa. I suoi occhiali brillano riflettendo la pioggia che cade alle spalle dei giovani. «Il Generale Valerius mi ha inviato uno dei suoi uomini più di un’ora fa. Dice che ho due nuovi “apprendisti”. Ma a guardare voi, sembrate più due giovani un po’ confusi, che non hanno passato l’esame finale per diventare esploratori. I libri non sono scialuppe di salvataggio, ma un viaggio molto più avventuroso di quello che si può intraprendere fuori dal Castello».
Elian sostiene lo sguardo del vecchio. Nota la barba mal rasata e la polvere sul maglione, ma nota soprattutto che Silas non lo guarda con il disprezzo dell’ispettore Cortez o la pietà di Giada. Lo guarda con un’analisi clinica, quasi come se stesse cercando di leggere un titolo sul dorso di un volume antico.
«Io sono Elian Serpieri. E lui è Zech Murphy,» risponde Elian, cercando di mantenere la voce ferma nonostante il freddo. «È vero, il Generale ci ha assegnati a voi, perché non risultiamo idonei a nessun ruolo presente nella colonia, incluso quello di esploratore».
Silas si scosta, facendo cenno di entrare. «Serpieri, eh? Un cognome che sa di spartiti e disciplina. Entrate, prima che l’umidità rovini le rilegature del diciannovesimo secolo. Murphy, chiudi quel portone e assicurati che il mondo resti fuori. Qui dentro il tempo scorre in modo diverso».
Zech ubbidisce prontamente, sollevato di essere al coperto, mentre Elian resta immobile per un istante, sopraffatto dall’odore. Non è l’odore di olio e polvere da sparo del campo d’addestramento. È odore di pergamena, di colla animale, di vaniglia e di tempo decomposto. Migliaia di volumi si innalzano verso il soffitto a volta, una foresta di carta che sembra viva quanto quelle che crescono oltre le mura.
«Il Generale vi ha dato delle istruzioni, immagino», riprende Silas, incamminandosi verso la sua scrivania senza voltarsi. «Vi avrà detto che sono un vecchio eccentrico e che dovete… “monitorare” il mio lavoro. O forse ha usato parole più gentili, come “aiutarmi a catalogare”».
Elian scambia un’occhiata rapida con Zech. Il sospetto di Valerius è fondato: Silas è un uomo che sa leggere tra le righe, anche quando quelle righe non sono ancora state scritte. E sembra aver già intuito che Valerius non si fida di lui, pertanto vuole qualcuno che lo controlli. Ma osserva i due ragazzi e si rende conto che se sono stati scartati, allora, forse non sono tanto diversi da lui.
«Ci ha detto di essere utili», risponde Elian, omettendo la parte sullo spionaggio.
Silas si siede e riprende la penna. «Utili. Una parola pericolosa in una colonia di soldati. Qui dentro, l’utilità si misura in pazienza. Murphy, nell’ala est c’è una cassa di cronache recuperate dall’ultima spedizione di Cortez. Sono coperte di fango e muffa. Prendi una spazzola morbida e inizia a pulirle. Se strappi una pagina, considerati fuori».
Zech annuisce freneticamente e si avvia, felice di avere un compito manuale che lo tenga lontano dagli occhi indagatori del Maestro.
Silas torna a fissare Elian. «E tu, Serpieri… tu che non sai sparare ma che hai gli occhi di chi cerca qualcosa che non è su una mappa tattica. Vieni qui. Lascia stare la polvere per ora. C’è un libro sul leggio in fondo alla navata centrale. È scritto in una lingua che la colonia ha dimenticato. Dimmi cosa vedi quando guardi quelle pagine. Non cosa vedi… cosa senti».
Elian si incammina verso il leggio, sentendo il peso della missione segreta di Valerius contro la strana attrazione che prova per quel luogo. Mentre si avvicina al volume aperto, la luce di una candela danza sulle illustrazioni: creature dai colori impossibili e foreste sconfinate. Città immense, che appaiono come un cielo stellato capovolto nella notte. Il mondo prima della Valanga di fuoco?
«È incredibile! Non avevo mai visto nulla di simile prima», esclama Elian stupito.
«Lo posso immaginare», afferma Silas. «Nella colonia, nel breve periodo di formazione che vi vanno fare, si usano solo i libri considerati “essenziali”: grammatica, matematica, qualche accenno di biologia e fisica, per finire con una breve narrazione riguardo la storia dell’umanità, interpretata in un modo… un po’ contorto!», afferma stizzito. «I più fortunati saranno promossi per diventare medici, fattori, artigiani o ingegneri. Quelli che finiranno nella lista nera di Valerius saranno condotti alla miniera. Chi, come nella tua famiglia, è spiccatamente portato per la musica verrà accolto nella Gilda degli artisti, composta da soli musicisti, in quanto le altre forme d’arte possono far venire strane idee e vengono fatte ammuffire qui dentro».
«Sì, ma non essendo portato né per la musica né per la vita da soldato, ora mi trovo qui. Maestro Silas, per me è un onore trovarmi nella Biblioteca, soltanto che in principio avevo programmi diversi…», ammette con dolore Elian mentre pensa Giada lontana da lui, ormai irraggiungibile.
«Ragazzo mio, anch’io da giovane avevo programmi diversi e aspettative diverse per la mia vita, ma Castello dell’Alto Re lascia poco spazio alle aspirazioni umane. E la vita sia dentro che fuori da qui infrange quasi sempre le nostre aspettative».
Elian ascolta il Maestro Silas con stupore: nessuno tra gli adulti della colonia gli aveva mai parlato con tanta empatia. Sembra che anche Silas abbia avuto delusioni, ripianti e umiliazioni. Per la prima volta Elian si trova di fronte a qualcuno che non cerca di aderire a un “ruolo” imposto dalle alte gerarchie del Castello, ma che è solo sé stesso».
La versione originale dell’opera in inglese è su Royal Road: The Last Son of Men – The Forbidden Truth.
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Affascinato dalle storie di Arda, ho cercato di capire perché Tolkien sostenesse che a essere immaginario è solo il tempo in cui sono ambientati i suoi racconti. Ho così iniziato un cammino che mi ha portato ad amare quel senso profondo della realtà che si può sintetizzare con il Viaggio dell’Eroe, di cui la Storia delle storie è per me la massima espressione. Dunque, mi occupo di sceneggiatura, spiritualità e narrativa!